Non riesco ad affrontare quella conversazione difficile: come trovare il coraggio?
- Marysaba Mennuti - Coach Relazionale
- 15 apr
- Tempo di lettura: 3 min
Quante volte ti è capitato di rimandare una conversazione difficile?
Sai che dovresti affrontarla… ma non lo fai. Oppure, al contrario, parti in quarta e dici tutto quello che hai dentro, senza filtri, per poi pentirti dopo.
Se ti riconosci in questo, sappi che non sei sola.
Io stessa ho queste due tendenze:evitare completamente… oppure esplodere.
E sai perché succede?
Perché quella conversazione, nella tua testa, esiste già da giorni. Ci pensi, ci ripensi, la ricrei, la analizzi… fino a quando sei esausta. E a quel punto, o scappi… o “sputi fuori” tutto male.
Il problema non è dire le cose. È come ci arrivi.
Nel tempo, grazie alla comunicazione assertiva e nonviolenta, ho capito una cosa fondamentale:
Se un messaggio cresce dentro la tua testa pieno di giudizi e critiche, è molto difficile che esca in modo sano.
Anzi, più lo trattieni, più si carica di rabbia, frustrazione, delusione.
Per questo oggi voglio guidarti in un processo semplice ma potente.
Lo chiamo: aprire la cipolla
Primo strato: i fatti (senza giudizio)
Quando succede qualcosa, il primo passo è raccontarlo in modo oggettivo.
Ti faccio un esempio reale di una mia cliente.
Versione 1 (come lo raccontava lei):
“Il mio collega è arrivato con una faccia del cavolo e mi ha sbattuto i documenti sul tavolo dicendo che non faccio nulla. L’avrei preso a schiaffi.”
Versione 2 (oggettiva):
“Ero al telefono con mia madre. Il mio collega si è avvicinato, ha poggiato con forza un plico sul tavolo e ha detto: ‘fatteli tu che tanto non hai nulla da fare’, poi è andato via.”
Senti la differenza?
Non è che le emozioni spariscono…ma il tuo corpo cambia.
Meno tensione, più chiarezza.
Qui stai togliendo il giudizio e lasciando solo i fatti. Come se stessi guardando una scena da una telecamera.
Secondo strato: le emozioni
Adesso chiediti:
Cosa provo davvero?
Rabbia? Frustrazione? Delusione?
E fai attenzione a una cosa importante:non dire “lui mi ha fatto sentire…”
Le emozioni sono tue.
E non vanno giudicate. Nemmeno quelle “brutte”. Se senti rabbia, riconoscila.Se senti giudizio, riconoscilo. Poi vai più a fondo.
Cosa c’è sotto?
Terzo strato: i bisogni
Qui arriviamo a un punto chiave.
Cosa volevi davvero in quella situazione?
rispetto
considerazione
collaborazione
supporto
Non è più “lui ha sbagliato”.È: io ho bisogno di questo.
Sto dando a me stesso questo bisogno?
Perché spesso vogliamo rispetto… ma non ci rispettiamo.Vogliamo chiarezza… ma evitiamo il confronto.
Nel caso della mia cliente, voleva rispetto, ma non ha detto nulla e ha fatto il lavoro con rabbia dentro.
Quarto strato: le paure
E qui arriviamo al vero blocco.
Anche quando hai chiarezza… potresti avere ancora paura.
Paura di:
essere rifiutato
essere giudicato
non essere capito
creare conflitto
essere “troppo”
Ti riconosci?
Non devi eliminarle. Devi solo notarle.
E poi chiederti:
Se seguo questa paura, cosa ottengo?
Spesso la risposta è:
una pace apparente
ma tanta frustrazione sotto
Il cuore della cipolla: la richiesta
Ora hai tutto:
i fatti
le emozioni
i bisogni
le paure
E puoi arrivare al punto centrale: cosa voglio dire davvero?
Ci sono due tipi di richieste.
1. Richiesta di empatia
Vuoi essere capito.
Esempio (della mia cliente):
“Quando hai appoggiato i documenti mentre ero al telefono, mi sono spaventata e arrabbiata. Mi piacerebbe più collaborazione. Puoi dirmi se hai capito cosa intendo?”
Può sembrare strano chiedere all’altro di ripetere…ma spesso scopri che ha capito tutt’altro.
2. Richiesta di azione
Vuoi cambiare qualcosa concretamente.
Esempio:
“La prossima volta, quando sei sotto pressione, possiamo parlarne e dividerci i compiti?”
Quindi… come trovare il coraggio?
Il coraggio non arriva prima.
Arriva dopo la chiarezza.
Quando sai:
cosa è successo
cosa provi
cosa ti serve
cosa ti blocca
allora puoi scegliere.
Non reagisci più. Decidi.
E tu?
C’è una conversazione che stai evitando?
Prova ad aprire la tua cipolla, uno strato alla volta.
E poi chiediti:
cosa voglio davvero dire?

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